Sardegna

Se vuoi capire la Sardegna dovresti chiudere gli occhi e respirare. Subito, insieme al sale, irromperà il lentischio, con il mirto, la ginestra, il corbezzolo e l’olivastro. Appena dopo, dalle colline, l’odore dolce delle mandorle e quello pungente delle vigne al sole. Poi, da lontano, muschio e more, sughero, carbone, lana grezza e velluto, fuoco, ferro e cuoio di cavalli al galoppo. E un profumo leggero di pane antico, sottile come carta da musica.

Se tocchi la Sardegna scoprirai che è fatta di sabbia limpida, terra cruda e torri di pietra che dalla notte dei tempi custodiscono i segreti delle stelle. E se le pietre imparassi a sfiorarle con la dovuta delicatezza, riusciresti a sentire in modo chiaro il suono turchese dell’acqua.

Se vuoi conoscere il gusto autentico della Sardegna dovresti avvicinarti il più possibile al bosco, agli scogli e alle sponde fertili del grande stagno. Se segui questo consiglio, scoprirai sapori nuovi, e probabilmente vivrai più a lungo.

Se cerchi di guardare i colori della Sardegna ne resterai inevitabilmente abbagliato.

Dovresti provare a coglierne il riflesso in modo indiretto, attraverso la trama di un tappeto, o di una fede, o di una storia ben raccontata.

Si dice che nel canto arcaico dei pastori sardi, quando le voci dei quattro tenores sono perfettamente fuse, emerga distintamente un suono misterioso, la cosiddetta ‘quinta voce’, che delle altre quattro è somma e sintesi.

E ci sono dei momenti su quest’isola incantata nei quali all’improvviso ci si sente travolti da un senso misterioso, che degli altri cinque è somma e sintesi. Potremmo chiamarlo il senso dell’anima, o dell’appartenenza alla terra. Oppure, più semplicemente, il senso profondo della Sardegna.

scritto da Paolo Zucca, sceneggiatore e regista.